domenica 15 gennaio 2017

Un sentimento...

L'ultima volta che nella mia famiglia un padre portò un figlio allo stadio, io ero il figlio.

Era Gennaio del 1989, ventotto anni fa, era una bella giornata, vincemmo 3 a 0 contro la Fiorentina in Coppa Italia, lo stadio era in costruzione, vicino a noi c'era un signore con una giacca gialla (chissà perché ho questo ricordo preciso) e ad un certo punto i tifosi fischiarono due signori che, per dar prova della loro intelligenza, dal balcone di un palazzo avevano tirato fuori un fazzoletto di colore rosso e blu. Mio padre rise dell'episodio, e anche dei cori che seguirono.

Anche oggi è stata una bella giornata di sole, benché gelida, non abbiamo vinto, ma l'avversario era di nuovo una squadra toscana (anche se per Adelaide sarà per sempre l'Olanda, e non l'Empoli, visto che erano in total orange :-D ). C'è stata l'emozione di un rigore parato dal nostro portiere, proprio sotto i nostri occhi; lei ha sventolato la sua bandierina, un po' in spalletta, un po' in braccio, cinque anni non è l'età perfetta per fare il proprio battesimo in gradinata ma devo dirlo, è stata davvero brava e interessata. Qualche diversivo ha aiutato (una palla con cui giocare nell'intervallo), e siamo andati via un po' prima della fine (c'è sempre una prima volta).

La Sampdoria, è innegabile, fa parte della mia vita e del mio albero genealogico. Mia nonna, in ospedale, dopo un tumore benigno, volle fare un breve brindisi col primario per la retrocessione dei rivali cittadini, per capire quanto di quel sangue da tifoso posso avere dentro anche io. Le partite che ho visto con mio padre, quelle non da bambino ma già ragazzino, le ricordo alla perfezione e conservo tutti i biglietti. Ricordo i gol, le coreografie, i momenti più importanti di quelle partite, e delle successive, quando ho cominciato a frequentare lo stadio da solo, senza più essere accompagnato. 

La voglia di trasmettere tutto questo alle mie figlie non è qualcosa che si possa fermare, o su cui valga la pena ragionare più di tanto. La Sampdoria è un sentimento, è come dire che le mie figlie sono nate a Genova, sono bionde e il loro papà è alto e si chiama Massimiliano. E' una verità, un fatto, una caratteristica. Io spero davvero di riuscire a portarle allo stadio e che possano proseguire questa tradizione, magari accompagnandomi quando sarò vecchietto. 

E' come scrivere un libro, tifare per una squadra, sapere di lasciare qualcosa che niente può portar via: la bisnonna e il nonno che hanno cominciato tutto questo non le hanno mai conosciute, ma oggi erano lì con noi, a tifare, a sventolare una bandierina, a dire "vedi...quelli siamo noi due".



mercoledì 11 gennaio 2017

I tablet non uccideranno i nostri figli

I trentenni di oggi (trentenni abbondanti, ormai...) sono diventati grandicelli sparandosi dosi quasi letali di Holly & Benji e Kiss me Licia, eppure (ci sono anche io nella categoria) non siamo cresciuti pensando che tirando forte un pallone questo potesse davvero diventare ovale e lasciare scie luminose, e nemmeno credendo che colorandosi i capelli come Mirko si potesse fare strage di ragazze.

La televisione non ci ha ucciso, non ci ha influenzato più di tanto e ormai non comanda e non regola più, nel modo più assoluto, l'agenda quotidiana. Di giorno in giorno viene accompagnata prima e sostituita poi da altri device, da altri mezzi, altri strumenti.

Tutto ciò ha un nome e un cognome: si chiama evoluzione tecnologica e pare che molte persone - che ovviamente si muovono tutte a piedi o coi mezzi pubblici, usano le lampade a petrolio per l'illuminazione e la legna per scaldarsi - facciano fatica ad accettarla.

(quattro anni fa parlavo di digital native e di come comportarsi, e ho scoperto che non la pensavo troppo diversamente...)

E' strano.

Vogliamo il meglio per i nostri figli, ma mettiamo in dubbio secoli di scienza perchè "chissà i vaccini cosa contengono". Ma quando scopriamo che il morbillo non è una malattia come tante, o che la meningite non è un mostro immaginario nascosto nell'armadio, allora i medici devono tirar fuori subito la cura. Altrimenti guai a loro.

E' strano.

Vogliamo togliere quei maledetti tablet dalle mani dei nostri figli, ma quando i ragazzini del passato scorrazzavano in giro con i ciao senza casco, o bighellonavano nelle periferie, nei boschi, nei quartieri malfamati, andava tutto bene. Qualcuno ogni tanto cadeva nei pozzi o se lo mangiavano i lupi, ma pazienza. Potevano respirare la libertà, vuoi mettere?

E poi, dai: l'inglese meglio impararlo già ai tre anni, proviamo settecento sport diversi così poi scelgono quello che preferiscono, buttiamoli pure giù dalla montagna con un paio di scii ai piedi prima che abbiano imparato a vestirsi da soli, trasportiamoli pure in macchina senza cinture intanto vado piano, ma no, per carità, tutto ma il tablet no, eh no, mio figlio il mio cellulare non lo tocca, ma no il computer è troppo presto (in altri Paesi è un normale strumento scolastico, ma noi dobbiamo fare i filosofi mediterranei, quelli che scriveranno sempre a mano e poi a 18 anni dovranno emigrare per avere un futuro).

Siamo proprio sicuri di aver identificato il problema principale, il pericolo numero uno a cui dare la caccia? Un bambino con un tablet in mano è "il male del nostro tempo" come ho visto scrivere da qualcuno?

Sarò pazzo io: pensavo che la fotografia del male del nostro tempo fosse quella di Aylan, e non di un bimbo che impara divertendosi con un tablet.

Quanto avrebbero dato, della loro vita, del loro tempo, del loro corpo, della loro anima, i genitori di Aylan e insieme a loro tutti i genitori che un computer non lo hanno mai visto, per poter vedere il loro figlio seduto su un normale divano, con in mano un normale tablet, a imparare l'alfabeto o fare le prime operazioni, o addirittura giocare un po'?

A noi invece deve proprio farci tutto schifo, se pensiamo che il problema dell'umanità sia un bambino che gioca con un tablet!


domenica 1 gennaio 2017

Buona fine, migliore inizio?



Mi collego per scrivere due righe sulle ultime settimane, e per augurare come ho fatto in questi giorni buona fine e migliore inizio a tutti.

Nel tempo di collegarmi apprendo quanto accaduto a Istanbul, un po' in ritardo sul fuso mediatico perché questa mattina ci siamo svegliati molto tardi, diciamo a mezzogiorno.

La vecchia Costantinopoli è una di quelle città dove una famiglia come la nostra, in futuro, potrebbe decidere di trascorrere una vacanza. Nei giorni scorsi, pensando proprio a prossimi giretti da fare, per un secondo avevo valutato nella mia testa la Turchia, scartata subito perché mi sono venuti in mente gli episodi che l'hanno insanguinata nel recente passato. Ora ne leggo un altro. E non sono più fatti che riecheggiano lontani, non ci è più consentito fare spallucce e guardare avanti.

Qualche giorno fa ero al cinema con le bimbe. Prima che cominciasse la proiezione, ho guardato le uscite di sicurezza, cosa che faccio sempre, ma poi il mio cervello ha aggiunto "se un terrorista entra di là, prendi una bimba sulla schiena e una in braccio e corri verso l'uscita di sicurezza opposta. Dovresti farcela se fai in fretta".

Io non so quali e quante regie vi siano dietro al sangue che scorre nel mondo. Posso dire che l'11/9 per noi occidentali ha cambiato la storia, ci ha indelicatamente sbattuto in faccia che le stragi non appartengono solo alla parte sfortunata del mondo. E dopo tanti anni, questa rete del terrore è riuscita a far breccia anche nei nostri cervelli. Selezioniamo le mete turistiche in base alla probabilità statistica di un attentato, ci figuriamo che da un momento all'altro al cinema possa entrare qualcuno armato e spararci addosso.

E' tremendo. E pur soffrendo di recentismo, quello che scrivo affonda nel trapassato della storia dell'uomo: i libri ci raccontano che l'umanità non ha mai vissuto lunghi periodi in cui fosse la pace a regnare sovrana e incontrastata. Che sia intestina, civile o mondiale, la guerra, insieme alla violenza congenita, e ai tentativi di prevaricazione - di potenti verso sudditi, di Nazioni verso altre Nazioni, di popoli su altri popoli, scandiscono la Storia e ne stilano il calendario.

Ci siamo ormai abituati, conformati a questo stato di cose. Tutti i nostri nonni la guerra l'hanno avuta in casa, e quando i Capi della Terra ci ricordano che quello in cui viviamo è il più lungo periodo di pace mondiale, mentono. Le guerre civili, le battaglie per centimetri di territorio, gli attentati, le guerriglie urbane, rappresentano la Terza Guerra Mondiale Quotidiana.

Ci siamo dentro, ogni giorno, e certamente io avrei voluto scrivere altre cose, oggi, raccontare come stanno andando queste feste, aggiungere un altro capitolo alla storia della nostra famiglia.

Ma non me la sono proprio sentita.

In ogni caso buona fine, qualunque cosa sia finita, e migliore inizio, qualunque cosa sia cominciata.

mercoledì 16 novembre 2016

ON the shoulders (di nuovo)

Estate 2014, Barolo, Collisioni Festival, due ore abbondanti di concerto di Elisa con Ginevra in spalletta, due anni e molti chili di meno.

Autunno 2016, ieri, Genova, ON Tour 2016, la cantante è la stessa (cantante, ballerina, autrice, performer, una piccola Madonna), ma questa volta ho preso due posti a sedere perché "Ginevra, non ce la faccio a tenerti tutto il concerto in spalla, magari andiamo giù per le ultime canzoni, ok?"
"Sì sì".

Ci accomodiamo, inganniamo l'attesa con qualche video di incidenti di macchine (le piacciono, cosa posso farci? E' una bimba splatter), lei mi dice "ma Elisa è in ritardo?". E valle a spiegare che i concerti non cominciano mai all'ora indicata sul biglietto, ma i Funs vogliono essere lì, comunque, prima. Sgranocchiamo due patatine (anzi venti lei, una io), al primo abbassamento di luci vedo scattare il suo sguardo, le dico "vedrai che quando diventa tutto buio tutti fanno uoowowwow...lo facciamo anche noi?" "No". Che non è no di scarso entusiasmo, è uno no che suona come "papà, io non le faccio queste cose da cretini". Ah.

Alle 21:29 Elisa schiaccia il tasto ON e lo show comincia. E' uno show ben costruito, noi seguiamo con attenzione timida, e a metà della prima canzone Ginevra mi guarda e mi sussurra, "papi quando andiamo giù?". Io sento già una fitta al collo e provo a resistere, ma la verità è che non vedo l'ora di scendere, non vedevo l'ora che me lo chiedesse, anzi ho organizzato tutto perchè arrivasse questo momento, prenderla in spalletta e andare il più vicino possibile a quel palco rotondo, per vivere la serata alla grande.

E così, eccoci, scendiamo, mano nella mano, zaino con palloncini, e in pochi secondi siamo lì, tra la folla. Salto e sento che saltella anche lei, la intravedo alzando lo sguardo che mi fa segno di sì con la testa, il segnale concordato per dire che va tutto bene e si sta divertendo. A metà concerto torniamo a sederci, passiamo il momento tristezza con brevissima crisi di pianto (Yashal, Alleluja, Almeno tu nell'universo, tutte di fila, comprensibile per una bimba che ha appena fatto sei anni), il sonno passate le 22:30 si fa sentire e le faccio la domanda che non vorrei farle: "se sei stanca possiamo andare, sei stata bravissima, anche se il concerto non è finito, ti capisco..." (retropensiero: no dai...andiamo via senza sentire Together, Rainbow e Cure Me? Ma che scherziamo?). Lei dapprima dice sì, sono stanca, e allora ci prepariamo per uscire in bagno sulle note di With The Hurt... ci provo: "quindi andiamo via, ok?". A quel punto ha un'illuminazione, vede la pietas nei mie occhi, sembra regagita, e dice "no, rientriamo!".

Spalletta, dal palco? Sì. Ok! siamo già vestiti, ho già la giacca ma non voglio perdere tempo per toglierla,so che avrò un caldo pazzo ma non importa, corriamo sorridendo verso quelle luci e quella voce mentre attacca "c'è, un principio di magia, tra gli ostacoli del cuore..."
Siamo ancora ON, dentro il concerto, e ci sentiamo vivi.

Il finale è Cure me, e voglio saltare più alto che posso, le chiedo se vuole saltare altissima, la risposta la so già, questa canzone è fatta apposta per prendere il tempo e poi balzare, cure me, cure me you know I would die for it...

Foto scatta da Ginevra dall'alto delle mie spalle :-)

giovedì 3 novembre 2016

La terza infanzia

Non le piacciono i compiti in cui bisogna tratteggiare lettere e numeri, li detesta proprio, preferisce scrivere in totale libertà. Fa i capricci se c'è il riso nel piatto. Non le piacciono i pomodori, ne mangia pochi e solo quelli dell'orto. Quasi tutto il resto lo mangia, ma è un po' troppo schizzinosa per i miei gusti. Si veste e sveste da sola, si lava da sola. Va matta per Frozen e la colonna sonora, ma anche per Vorrei ma non Posto, e negli occhi di papà per Elisa e per la Sampdoria. Quando descrive una situazione accaduta, fa la scenetta e replica i gesti intitolando nomi e azioni. Alcune cose le dice sottovoce, con la mano sulla bocca, pensando davvero che gli altri non sentano. Sgrida la sorella imitando le nostre voci e i gesti. Intuisce dal mio tono di voce se sono sereno o arrabbiato. Ormai da tempo va in bici senza rotelle, in camper vorrebbe dormire nel letto di sopra ma non protesta perché vuole troppo bene ad Adelaide. Non la entusiasma camminare, è bravissima a basket, per quest'anno ci "accontentiamo" di ginnastica artistica: dopo il primo allenamento di prova avrebbe voluto una coppa, chissà se un giorno ne vincerà davvero una. Sta migliorando nel disegno fine, sempre meno grossolana e sempre più precisa nei confini dei disegni e nella scelta dei colori. E' altissima. Ha dei capelli foltissimi, ci metto una vita ad asciugarli col phon, lei non me lo dirà mai ma il momento dell'asciugatura le piace, anche se dopo un po' si stufa e se sono ancora umidi e bisogna ripassarli fa i versacci. Vuole fare i buchi all'orecchio per mettere gli orecchini, si è organizzata con la mamma per chiedermelo allo sfinimento fino al mio sì, e quando ho accettato ha cominciato ad avere paura ("una mia amica ha detto che fa male"). Eh sì, ha le sue amichette, e anche un, ehm, ehm cough, cough, amichetto. E' una guida, un faro, per Adelaide, che aspetta che sia la prima a decidere e poi si adegua, la segue come un'ombra. Lei tiene molto al suo ruolo di sorella maggiore, è la sua custode, la difende quando la sgridiamo, la consola quando piange, ride alle sue battute e alle sue piccole follie.

Non sarà speciale agli occhi del mondo, non farà cose che altri bimbi non fanno, ma ogni passo che ha mosso gliel'ho visto muovere, ogni lacrima che ha versato l'ho vista cadere, ad ogni gioco con cui ha giocato, ho giocato anche io, ogni foglio che ha colorato l'ho guardato con attenzione, ad ogni sorriso che mi ha fatto ho sorriso di rimando, dopo ogni sgridata abbiamo fatto pace...

...c'è qualcosa di più compiuto, definitivo e totalizzante nella vita?

Auguri mia cara primogenita...:-)