lunedì 13 marzo 2017

Un parco giochi deserto



Terzo giorno di solitudine, famiglia in montagna, io a casa, tra weekend calcistici - a proposito: :-) :-) :-) - e lavoro.

Sarà l'adrenalina discendente, dopo i fasti del sabato sera blucerchiato, ma oggi ho parecchia malinconia addosso.

Come fanno, mi chiedo ormai da tempo ma soprattutto oggi, le persone sole, non quelle che ci sono rimaste all'improvviso, e che non l'hanno mica voluta una vita solitaria, intendo quelle che decidono scientemente di non avere una famiglia, di non cercare di costruire qualcosa di duraturo con una persona al proprio fianco e prole al seguito, anche se a volte sembra di affogare, di non essere liberi ma imprigionati.

Come fanno a distinguere i momenti felici da quelli tristi, dove trovano le possibilità di riflettere su sé stessi, sul passato, sul presente, sul futuro, per migliorarsi e crescere attraverso un confronto quotidiano con altre persone sulla stessa barca.

A me è mancato tutto, in questi giorni da single. Mi è mancato anche seguire Ginevra quando fa i compiti. Eppure ci sono volte (pochissime) che le lancerei addosso il diario, che mi fa innervosire, quando non ne ha voglia. Mi è mancato anche quell'aspetto dei compiti, mi sono mancate le piccole discussioni quotidiane della vita di famiglia. Scontato che manchino i momenti belli, i baci, i sorrisi, i giochi. Ma anche le complessità della vita, le cose fatte un po' controvoglia, quelle obbligatorie.
Tutto.

Certamente mi ha fatto piacere andare a dormire alle tre di sabato e svegliarmi alle dieci e mezza di domenica (quando mai!).
Fare colazioni, pranzi e cene senza orari.
Giocare alla play di pomeriggio, guardare una puntata di Under the dome, e poi rigiocare.
Le commissioni a qualsiasi orario, un giro in paese senza meta, solo per fare un giro in paese e guardarsi attorno.

Sono sempre stato un orso solitario, e ora vorrei che tornassero stasera e non domani?
Già, non mi strappo i capelli, non piango l'assenza, ma è più o meno così: mi mancano.

Perché tolto un po' di buon contorno, la vita senza famiglia è un parco giochi deserto...

mercoledì 8 febbraio 2017

Tutti Nove


Guardo controluce Ginevra fare i compiti, al suo fianco, con le matite temperate dalla mamma, come quella della copertina del primo album del Kom. La rispecchiano le parole della maestra, Ginevra così ordinata, così precisa, così metodica, tanto da andare un po’ fuori fase se la vita non scorre com’è nei suoi desideri, nei suoi piccoli pensieri.

Ogni giorno si mette davanti al giorno prima, qualcosa resterà, molto andrà perso, ce la faremo tra tanti anni a ricordare che nella sua prima pagella aveva tutti nove? O dovremo sfogliare queste parole?

Quanto avrà del suo oggi la donna che sarà domani?

I cantanti che comincia ad ascoltare in questi suoi sei anni, esisteranno ancora tra quarant’anni? Resisteranno come Vasco?

Lei si ricorderà delle sue prime note, dei suoi primi balli?


Avrà una vita da nove in pagella?

domenica 15 gennaio 2017

Un sentimento...

L'ultima volta che nella mia famiglia un padre portò un figlio allo stadio, io ero il figlio.

Era Gennaio del 1989, ventotto anni fa, era una bella giornata, vincemmo 3 a 0 contro la Fiorentina in Coppa Italia, lo stadio era in costruzione, vicino a noi c'era un signore con una giacca gialla (chissà perché ho questo ricordo preciso) e ad un certo punto i tifosi fischiarono due signori che, per dar prova della loro intelligenza, dal balcone di un palazzo avevano tirato fuori un fazzoletto di colore rosso e blu. Mio padre rise dell'episodio, e anche dei cori che seguirono.

Anche oggi è stata una bella giornata di sole, benché gelida, non abbiamo vinto, ma l'avversario era di nuovo una squadra toscana (anche se per Adelaide sarà per sempre l'Olanda, e non l'Empoli, visto che erano in total orange :-D ). C'è stata l'emozione di un rigore parato dal nostro portiere, proprio sotto i nostri occhi; lei ha sventolato la sua bandierina, un po' in spalletta, un po' in braccio, cinque anni non è l'età perfetta per fare il proprio battesimo in gradinata ma devo dirlo, è stata davvero brava e interessata. Qualche diversivo ha aiutato (una palla con cui giocare nell'intervallo), e siamo andati via un po' prima della fine (c'è sempre una prima volta).

La Sampdoria, è innegabile, fa parte della mia vita e del mio albero genealogico. Mia nonna, in ospedale, dopo un tumore benigno, volle fare un breve brindisi col primario per la retrocessione dei rivali cittadini, per capire quanto di quel sangue da tifoso posso avere dentro anche io. Le partite che ho visto con mio padre, quelle non da bambino ma già ragazzino, le ricordo alla perfezione e conservo tutti i biglietti. Ricordo i gol, le coreografie, i momenti più importanti di quelle partite, e delle successive, quando ho cominciato a frequentare lo stadio da solo, senza più essere accompagnato. 

La voglia di trasmettere tutto questo alle mie figlie non è qualcosa che si possa fermare, o su cui valga la pena ragionare più di tanto. La Sampdoria è un sentimento, è come dire che le mie figlie sono nate a Genova, sono bionde e il loro papà è alto e si chiama Massimiliano. E' una verità, un fatto, una caratteristica. Io spero davvero di riuscire a portarle allo stadio e che possano proseguire questa tradizione, magari accompagnandomi quando sarò vecchietto. 

E' come scrivere un libro, tifare per una squadra, sapere di lasciare qualcosa che niente può portar via: la bisnonna e il nonno che hanno cominciato tutto questo non le hanno mai conosciute, ma oggi erano lì con noi, a tifare, a sventolare una bandierina, a dire "vedi...quelli siamo noi due".



mercoledì 11 gennaio 2017

I tablet non uccideranno i nostri figli

I trentenni di oggi (trentenni abbondanti, ormai...) sono diventati grandicelli sparandosi dosi quasi letali di Holly & Benji e Kiss me Licia, eppure (ci sono anche io nella categoria) non siamo cresciuti pensando che tirando forte un pallone questo potesse davvero diventare ovale e lasciare scie luminose, e nemmeno credendo che colorandosi i capelli come Mirko si potesse fare strage di ragazze.

La televisione non ci ha ucciso, non ci ha influenzato più di tanto e ormai non comanda e non regola più, nel modo più assoluto, l'agenda quotidiana. Di giorno in giorno viene accompagnata prima e sostituita poi da altri device, da altri mezzi, altri strumenti.

Tutto ciò ha un nome e un cognome: si chiama evoluzione tecnologica e pare che molte persone - che ovviamente si muovono tutte a piedi o coi mezzi pubblici, usano le lampade a petrolio per l'illuminazione e la legna per scaldarsi - facciano fatica ad accettarla.

(quattro anni fa parlavo di digital native e di come comportarsi, e ho scoperto che non la pensavo troppo diversamente...)

E' strano.

Vogliamo il meglio per i nostri figli, ma mettiamo in dubbio secoli di scienza perchè "chissà i vaccini cosa contengono". Ma quando scopriamo che il morbillo non è una malattia come tante, o che la meningite non è un mostro immaginario nascosto nell'armadio, allora i medici devono tirar fuori subito la cura. Altrimenti guai a loro.

E' strano.

Vogliamo togliere quei maledetti tablet dalle mani dei nostri figli, ma quando i ragazzini del passato scorrazzavano in giro con i ciao senza casco, o bighellonavano nelle periferie, nei boschi, nei quartieri malfamati, andava tutto bene. Qualcuno ogni tanto cadeva nei pozzi o se lo mangiavano i lupi, ma pazienza. Potevano respirare la libertà, vuoi mettere?

E poi, dai: l'inglese meglio impararlo già ai tre anni, proviamo settecento sport diversi così poi scelgono quello che preferiscono, buttiamoli pure giù dalla montagna con un paio di scii ai piedi prima che abbiano imparato a vestirsi da soli, trasportiamoli pure in macchina senza cinture intanto vado piano, ma no, per carità, tutto ma il tablet no, eh no, mio figlio il mio cellulare non lo tocca, ma no il computer è troppo presto (in altri Paesi è un normale strumento scolastico, ma noi dobbiamo fare i filosofi mediterranei, quelli che scriveranno sempre a mano e poi a 18 anni dovranno emigrare per avere un futuro).

Siamo proprio sicuri di aver identificato il problema principale, il pericolo numero uno a cui dare la caccia? Un bambino con un tablet in mano è "il male del nostro tempo" come ho visto scrivere da qualcuno?

Sarò pazzo io: pensavo che la fotografia del male del nostro tempo fosse quella di Aylan, e non di un bimbo che impara divertendosi con un tablet.

Quanto avrebbero dato, della loro vita, del loro tempo, del loro corpo, della loro anima, i genitori di Aylan e insieme a loro tutti i genitori che un computer non lo hanno mai visto, per poter vedere il loro figlio seduto su un normale divano, con in mano un normale tablet, a imparare l'alfabeto o fare le prime operazioni, o addirittura giocare un po'?

A noi invece deve proprio farci tutto schifo, se pensiamo che il problema dell'umanità sia un bambino che gioca con un tablet!


domenica 1 gennaio 2017

Buona fine, migliore inizio?



Mi collego per scrivere due righe sulle ultime settimane, e per augurare come ho fatto in questi giorni buona fine e migliore inizio a tutti.

Nel tempo di collegarmi apprendo quanto accaduto a Istanbul, un po' in ritardo sul fuso mediatico perché questa mattina ci siamo svegliati molto tardi, diciamo a mezzogiorno.

La vecchia Costantinopoli è una di quelle città dove una famiglia come la nostra, in futuro, potrebbe decidere di trascorrere una vacanza. Nei giorni scorsi, pensando proprio a prossimi giretti da fare, per un secondo avevo valutato nella mia testa la Turchia, scartata subito perché mi sono venuti in mente gli episodi che l'hanno insanguinata nel recente passato. Ora ne leggo un altro. E non sono più fatti che riecheggiano lontani, non ci è più consentito fare spallucce e guardare avanti.

Qualche giorno fa ero al cinema con le bimbe. Prima che cominciasse la proiezione, ho guardato le uscite di sicurezza, cosa che faccio sempre, ma poi il mio cervello ha aggiunto "se un terrorista entra di là, prendi una bimba sulla schiena e una in braccio e corri verso l'uscita di sicurezza opposta. Dovresti farcela se fai in fretta".

Io non so quali e quante regie vi siano dietro al sangue che scorre nel mondo. Posso dire che l'11/9 per noi occidentali ha cambiato la storia, ci ha indelicatamente sbattuto in faccia che le stragi non appartengono solo alla parte sfortunata del mondo. E dopo tanti anni, questa rete del terrore è riuscita a far breccia anche nei nostri cervelli. Selezioniamo le mete turistiche in base alla probabilità statistica di un attentato, ci figuriamo che da un momento all'altro al cinema possa entrare qualcuno armato e spararci addosso.

E' tremendo. E pur soffrendo di recentismo, quello che scrivo affonda nel trapassato della storia dell'uomo: i libri ci raccontano che l'umanità non ha mai vissuto lunghi periodi in cui fosse la pace a regnare sovrana e incontrastata. Che sia intestina, civile o mondiale, la guerra, insieme alla violenza congenita, e ai tentativi di prevaricazione - di potenti verso sudditi, di Nazioni verso altre Nazioni, di popoli su altri popoli, scandiscono la Storia e ne stilano il calendario.

Ci siamo ormai abituati, conformati a questo stato di cose. Tutti i nostri nonni la guerra l'hanno avuta in casa, e quando i Capi della Terra ci ricordano che quello in cui viviamo è il più lungo periodo di pace mondiale, mentono. Le guerre civili, le battaglie per centimetri di territorio, gli attentati, le guerriglie urbane, rappresentano la Terza Guerra Mondiale Quotidiana.

Ci siamo dentro, ogni giorno, e certamente io avrei voluto scrivere altre cose, oggi, raccontare come stanno andando queste feste, aggiungere un altro capitolo alla storia della nostra famiglia.

Ma non me la sono proprio sentita.

In ogni caso buona fine, qualunque cosa sia finita, e migliore inizio, qualunque cosa sia cominciata.